Il vero orrore

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Ho finalmente testato e portato a termine the town of light.

Devo dire che sentimenti contrastanti si muovono in me, ora. Da una parte non posso non elogiare il lavoro accurato di chi ha prodotto questo titolo: mai prima d’ora avevo avuto esperienza di videogiochi con una tale introspezione psicologica dei suoi personaggi. Inoltre, nel caso del tema trattato in questo titolo, non avrei mai creduto fosse possibile riuscire a ricreare in tal modo una realtà così lontana dai giorni nostri e che per fortuna non abbiamo avuto modo di conoscere.

D’altro canto però è necessario che lo dica: questo non è un gioco per tutti. E’ riuscito alla perfezione nel suo intento di far rivivere un mondo grottesco e angosciante qual era quello dei manicomi prima della Legge Basaglia.

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Una fortuita coincidenza ha voluto tra l’altro che parlassi del tema trattato in the town of light con mia madre (classe 1953) che udite udite, ha conosciuto Franco Basaglia essendo stata la figlia una sua compagna di scuola al Liceo. Ella mi ha raccontato che lo psichiatra Veneziano individuò il manicomio non come un luogo di cura, ma una struttura di contenimento per individui che non erano in grado di inserirsi nella società. E la cosa più angosciante è che esso invece di rappresentare una salvezza per il paziente, si rivela poi essere un inferno, un luogo di oblio che annienta definitivamente l’esistenza dell’individuo.

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« Dal momento in cui oltrepassa il muro dell’internamento, il malato entra in una nuova dimensione di vuoto emozionale ([…]); viene immesso, cioè, in uno spazio che, originariamente nato per renderlo inoffensivo ed insieme curarlo, appare in pratica come un luogo paradossalmente costruito per il completo annientamento della sua individualità, come luogo della sua totale oggettivazione. Se la malattia mentale è, alla sua stessa origine, perdita dell’individualità, della libertà, nel manicomio il malato non trova altro che il luogo dove sarà definitivamente perduto, reso oggetto della malattia e del ritmo dell’internamento. L’assenza di ogni progetto, la perdita del futuro, l’essere costantemente in balia degli altri senza la minima spinta personale, l’aver scandita e organizzata la propria giornata su tempi dettati solo da esigenze organizzative che – proprio in quanto tali – non possono tenere conto del singolo individuo e delle particolari circostanze di ognuno: questo è lo schema istituzionalizzante su cui si articola la vita dell’asilo.»
(Franco Basaglia, 1964)

In queste parole c’è la summa di tutto ciò che vivrete in the town of light.

E’ davvero difficile catalogarlo come un videogioco vero e proprio. Esso di vedrà percorrere in prima persona il manicomio di Volterra, cercando di ricostruire da alcuni indizi sparsi per la struttura, la storia di Renè, una ragazza che a soli 16 anni ha smesso di vivere, ed è entrata in una realtà che, a dispetto del titolo del gioco, le ha tolto la luce. E la speranza.

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Vorrei soffermarmi con voi proprio sull’ultimo sostantivo da me volutamente sottolineato: la Speranza. Quello che noi diamo sempre per scontato, anche nelle situazioni più difficili e disperate, è che nella vita ci sia sempre una “via d’uscita”, un modo per risolvere i problemi e superare le difficoltà che ci si pongono davanti ogni giorno. Noi non abbiamo il concetto di “senza speranza”. La maggior parte di noi non sa cosa sia la disperazione, non sa cosa significhi avere la consapevolezza che davanti a noi ci sia solo un freddo e soffocante buio.

Tutto ciò succede poiché il nostro istinto di sopravvivenza “illude” la nostra mente che vi sia il modo di scampare dalla morte, dalla paura, dai vicoli ciechi. E nel caso di situazioni in cui non vi sia speranza alcuna, la consapevolezza dell’ineluttabilità del nostro tragico destino, la si raggiunge poco a poco, gradualmente. Solo nel momento in cui diveniamo consapevoli che non vi sia modo di salvarci e di uscire dalla trappola in cui siamo caduti, la nostra persona viene totalmente annullata; cessiamo di esistere.

Vi assicuro che queste tragiche immagini che vi sto descrivendo rappresentano in minima parte l’orrore che dovrete affrontare se deciderete di dare una chance a questo titolo. E la cosa più terribile è la consapevolezza del giocatore che ciò che sta vivendo in game è basato su fatti realmente accaduti. E che non hanno riguardato una singola persona, ma centinaia di individui per anni e anni.

orrore 2

Spesso quando parliamo di orrore pensiamo a zombie, mostri e fantasmi; ma il sadismo, la crudeltà e soprattutto l’indifferenza raggiungibili dall’essere umano fanno impallidire qualunque altro immaginario sui generis.

Se vi consiglio questo gioco? Nì. E’ un titolo inusuale, fuori dagli schemi a cui siamo abituati. Non posso negare che sia un capolavoro se guardo all’obiettivo che esso si prefigge. Il problema è proprio quello: dovete capire se veramente ve la sentite di conoscere questo mondo, ormai dimenticato. Dovete decidere se veramente volete sapere quanto schifo può fare l’essere umano, capace di crudeltà ed indifferenza inimmaginabili, al semplice scopo di “tener tranquille” (termine usato moltissimo in game) individui che la società non era in grado di capire e di aiutare.

E soprattutto, che non voleva vedere.

alvi

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16 Più commentati

  1. Omegashin complimenti per l’analisi ammetto che mi hai fatto salite un’hype mostruoso, come se già non ne avessi abbastanza…prevedo che questo gioco mi farà davvero divertire e appassionare come pochi….in un periodo dove escono giochi come: Far Cry e The Division, osannati dai più ma che a me non me ne frega una cippa.

    Detto questo, ho visto qualche video in italiano del gioco in rete e secondo me, SPACCA, una domanda:
    E’ previsto per PSN o per Xbox Live? Dove è possibile reperirlo?? Steam??
    ps: vogliamo essere almeno in questo caso, un pò patriottici?? cavolo un giocone tutto made in italy :)

  2. Io vivo a un chilometro da un altro ex-manicomio, quello di Mombello, e devo dire che “passeggiare” in quei luoghi, che sia giorno o sera è davvero suggestivo ed emozionante perché si capisce davvero che cosa potesse essere la vita in quelle ridicole carceri della barbarie… Si trovano anche radiografie e referti medici sui pazienti, testi che spiegano come trattarli, scarpe e armadietti dei tempi, qualche attrezzatura ospedaliera, letti… indescrivibile.

    Detto ciò sono curioso di vedere se siano riusciti a cogliere un’atmosfera che già conosco e trasporla in un’opera videoludica. Come sempre però, chapeau a prescindere agli sviluppatori.

  3. @Omegashin domani ti mando una email, sul gioco ma sopratutto su Steam….sono tentato.

  4. Ma come hai fatto a scrivere ogni volta il nome del gioco senza la prima lettera maiuscola per ogni parola del titolo? Ti sembra normale? Che livello di scrittura ragazzi…

  5. Che palle ‘sti Grammar Nazi.

  6. il mio primo pensiero é stato: ma questo genere di intrattenimento si può veramente chiamare videoGIOCO?
    poi ripensando a numerosi titoli usciti ultimamente e riflettendo sulla moltitudine di tipologie di esperienze diverse che i videogiochi possono offrire direi che é invece il termine “videoGIOCO” che sta diventando stretto, sarebbe piú giusto usare ad esempio “esperienza di intrattenimento”, visto che ormai il motivo per cui qualcuno ” gioca” non é piú solamente il divertimento o la sfida in modo classico, ma appunto diventa un media che può spaziare in una infinità di campi tra cui il coinvolgimento emotivo (probabilmente meglio ancora che in un film). si discuteva similmente di ciò nell’altro tuo articolo riguardo life is strange (che ho appena preso ;) ) e onestamente sono ben lieto che i videogiochi siano arrivati a esplorare nuovi ambiti e riescano a interessare e approfondire tematiche e argomenti che non ci si aspetterebbe, ben vengano dunque questi titoli!
    PS le minuscole all’inizio delle frasi di questo commento sono una scelta stilistica voluta.
    XD bravo Omega e grazie!

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